Aldo Moro: quando la politica non è mestiere. È servizio.

Ieri ho visto 55 giorni dedicato ad Aldo Moro. Un servizio pubblico con S e P maiuscole. Mi ha colpito una cosa, non so se è accaduto anche a voi: Aldo Moro continuava a lavorare. Tre volte alla settimana andava ad insegnare. Ecco. Fra i tanti, preziosi e genuini insegnamenti che la figura dello Statista ci ha lasciato, ho colto questo aspetto fondamentale. La politica non è un mestiere. Chi fa politica dovrebbe continuare a mantenere la sua professione. Perché l’osmosi e la contaminazione con la società civile rappresentata sia quotidiana. Almeno ai livelli governativi. Forse, alla luce di alcune figure che oggi rappresentano i partiti, una professione bisognerebbe averla. La politica non è mestiere. È servizio. È ciò che colgo ancora di più è che la politica, la missione di rappresentare i cittadini, non è per tutti. Servono competenze e personalità speciali per sedersi in Parlamento. Aver ripercorso ieri il profilo di Moro mi ha confermato questa mia certezza. Le Istituzioni siamo noi diceva Moro. E per poter guidare un paese, non si può essere persone normali. Serve essere eccellenze nelle proprie competenze. Ed avere carisma. Oggi ciò a cui assistiamo è diametralmente opposto. Parlo per tutta la politica indistintamente. Tutto questo, merita una riflessione profonda.

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La mafia è una montagna di merda disse Peppino Impastato. Le sue parole oggi più vive di ieri.

Sono le parole di Peppino impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio del ’78:

“Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!”.

Peppino che col suo paradigma della bellezza per sconfiggere le mafie ha dato una visione nuova per interpretare la lotta alla mafia. Il recupero del degrado sociale attraverso la bellezza dei luoghi, che troppo spesso vengono deturpati da un abbandono sociale e da una latenza dello Stato. E la mancanza dello Stato, il silenzio e l’abbandono sono i terreni dove le mafie possono rigogliare. Lo Stato e la società civile possono restituire la bellezza delle persone, dei luoghi e di quel tessuto sociale che inevitabilmente, per una maledetta tradizione, in alcuni dei nostri luoghi più belli si perde. Ancora però c’è troppa indifferenza, troppo silenzio verso il fenomeno mafioso, che nel tempo ha radicalmente cambiato i suoi connotati, i suoi riferimenti e le sue relazioni, insinuandosi nella vita di tutti i giorni, non solo nei luoghi di origine, ma anche nel tessuto economico e sociale di tutto il Paese. Una metastasi mafiosa che necessariamente si può e deve combattere in primis sconfiggendo l’omertà, ed anche concedendo più spazi agli organi di informazione, ed alle emittenti televisive e radiofoniche per fare programmi che possano dare voce a tante voci dimenticate, come quelle dei parenti delle vittime della mafia, ed ai racconti positivi di rinascita sociale, di recupero di dignità di tutte quelle donne e uomini che riescono, con forza e sacrificio, e soprattutto coraggio, a dire NO ALLA MAFIA.

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Lo Sbadiglio – Catalogna: non è Democrazia, è repressione

catalogna-referendum-indipendenzaLe ragioni di Stato ci sono state tutte. Il referendum era illeggittimo. Ma mi chiedo perchè esercitarle con tale violenza? Questa violenza rispetta anch’essa la Costituzione? Di fronte alla manifestazione volontaria di un popolo verso l’autodeterminazione, era sufficiente  – come peraltro accaduto – renderla nulla. E discuterla sotto il piano politico. La voce di un popolo va sempre ascoltata, soprattutto quando supera le sue rappresentanze e decide di unirsi per farla ascoltare collettivamente.

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