Eravamo in tanti ad ascoltare Roberto Saviano e ci siamo guardati negli occhi

Eravamo insieme oggi ad ascoltare Saviano a Milano. Eravamo i “buonisti”. Si. E ne sono orgoglioso. Eravamo quelli che credono nello Stato, e lo rispettano. Eravamo quelli che credono nell’accoglienza e nell’integrazione. Eravamo quelli che non hanno paura di dire il nome “mafia”, di urlarlo se serve. Eravamo quelli che hanno il coraggio della paura. A cui la paura non spaventa. Eravamo quelli che credono nello Stato e nella protezione che fornisce a chi è in pericolo di vita per aver urlato che la mafia esiste. Eravamo quelli che vedono solo persone per strada, non vedono razze, religioni o orientamenti sessuali. Eravamo quelli che dalla diversità si arricchiscono. Non si spaventano. Eravamo quelli che pensano che la vita umana venga prima di tutto. Eravamo quelli che ritengono che l’integrazione sia fondamentale per guardare al futuro, e che servano regole che vadano rispettate. Eravamo quelli che agli insulti rispondono con le argomentazioni, con i fatti. Eravamo, soprattutto tanti, e ci siamo guardati negli occhi. Ed abbiamo sorriso.

Lo Sbadiglio – Emanuela Loi: la scorta non è un’entità.

A sottolineare che la scorta venisse comunemente chiamata tale senza riferimenti alle persone, è stata per prima Francesca Barra, giornalista e scrittrice che di resistenza alla mafia tanto ha dedicato della sua professione, conducendo anche un programma su Radio1 “La bellezza contro le mafie”, nella dedica proprio agli uomini e donne di scorta del suo “Premio Borsellino”, di cui è stata insignita nel 2012: “dedico questo premio, non alla scorta, perchè la scorta non è un’entità, ma agli uomini di scorta, che sono qui oggi per proteggere molti uomini, che hanno perso la vita per proteggere uomini come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone e tanti altri, che hanno nomi, cognomi, storie e famiglie a casa”.

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Lo Sbadiglio – Per il giornalismo d’inchiesta la strada per la verità è sempre di più un Far West. Ostia docet.

Lo raccontano i recenti fatti di Ostia, dove la Troupe di Nemo è stata aggredita a testate da Roberto Spada, intervistato da Daniele Piervincenzi e Edoardo Anselmi, a cui esprimo tutta la mia solidarietà. Non riporterò ne il video ne le immagini dei fatti di ostia, nessuna propaganda alla violenza gratuita. Penso seriamente che il giornalismo di inchiesta sia la parte più pura del giornalismo che oggi rappresenti un valore inestimabile. Andare per strada e sporcarsi le scarpe, come dice spesso Francesca Barra, giornalisata che di inchieste e di storie di verità ne ha condotto tante, è la vera essenza di un mestiere che mi affascina e che forse avrei fatto se non avessi scelto altro. Ma oggi è diventato un mestiere davvero a rischio. Penso ai giornalisti come Federica Angeli, Lirio Abbate, Giovanni Tizian e tanti altri, oggi sotto scorta proprio per quelle inchieste che ricercano le verità più profonde dei mali del Paese.  Quella ricerca della verità costante, che in questo nostro Paese fa così fatica ad emergere, è una missione che comporta rischi, ma che paga tantissimo, per la professione, e per la società. A questo giornalismo, che prende anche le botte come quelle prese dagli inviati di Nemo, pur di arrivare alle verità nascoste, si contrappone la spazzatura di un Giornalismo becero, come ad esemprio la testata “Libero”, che continua a ricercare consenso social con titoli inaccettabili ed indegni, che espongono i giornalisti e redattori al “Far Web” mediatico, per usare la metafora di Matteo Grandi descritta nel suo ultimo libro. Una situazione insostenibile, che forse vede un piccolo raggio di luce perchè l’Ordine dei Giornalisti sembra stia iniziando un nuovo capitolo, schierandosi decisamente al fianco della categoria dopo anni di latenza, quando l’uso delle parole travalica la decenza ed il mezzo di comunicazione di massa diventa arma letale di una parte della società degradata che si nutre di spazzatura e di fronte a queste violenze inaudite. Ritengo fermamente che il giornalismo, quello vero, sia da proteggere, perché è la vera speranza di democrazia che resta in un Paese come il nostro, che sconta fortissime aree di corruzione ed infiltrazione mafiosa a tutti i livelli della società, pubblica e civile. E se qualcuno i giornalisti li mena, o caccia via, la democrazia non la rappresenta di certo. Come chi usa le proprie testate giornalistiche a sproposito. Il giornalismo va salvaguardato. Ed è anche nostra responsabilità, con un processo di selezione attento, che sappia scegliere quali sono le notizie, e quali le non-notizie. Io sto con i giornalisti. Con la libertà di espressione. Che è fra le libertà più preziose che abbiamo