Cara Federica Angeli la tua mano disarmata è il nostro coraggio

Sarà una recensione non convenzionale per il tuo libro Fede. Perché il valore di ciò che c’è scritto parla da solo.

Allora io voglio raccontare le mie emozioni, dopo averlo letto.

Semplicemente quelle.

Ricordo quando ci siamo conosciuti al premio Mario Francese. Eri emozionata. Ma felice.

Ho capito che avevo di fronte una donna speciale. Il tuo spirito di sevizio era diverso.

Il senso dello Stato che nelle tue parole hai diffuso nell’aula magna a quegli studenti presenti alla premiazione aveva qualcosa che non era comune.

Sapevo che stavi lottando per la legalità. Ma non sapevo quanto stessi soffrendo.

La gente non ha la percezione di cosa significhi essere giornalisti giornalisti. Sotto scorta.

Mario Francese lo era. Un giornalista giornalista. Ed anche tu.

Vuol dire anteporre la propria vita alla causa della verità. E dalle righe del tuo libro questo emerge totalmente.

Ti ho guardato attentamente e fotografato tanto durante la premiazione. Nei tuoi occhi c’era già la consapevolezza di ciò che avresti passato nei mesi a venire. Ma anche la tua determinazione nel ricordare cosa sia la legalità.

Cosa sia scegliere da che parte stare.

Ho pianto leggendo il tuo libro.

Ho pianto perché intimamente sei riuscita a trasmettermi la sofferenza che hai vissuto per coniugare la tua vocazione con la tua famiglia. Ho capito cosa sia amare il giornalismo, la propria professione. Ho capito cosa sia l’amore. Vero. Ce lo hai fatto capire in modo dirompente mentre ci raccontavi di te e di Massimo.

L’amore sa cosa deve fare. Ma questo non è scontato. Ed io ho capito cosa hai voluto dire nei sipari di vita vera che ci hai raccontato. Che bisogna accettarsi. E sostenersi.

Quando le cause della vita sono più importanti del noi. E quel noi è diventato più grande. È diventato NOI.

Ho pianto di felicità leggendo il tuo libro. Perché hai testimoniato che il bene esiste, e può sconfiggere il male. E questo è meraviglioso.

Non serve entrare nei particolari della tua immensa professionalità per raccontare il libro.

Penso sia sufficiente dire che tu sei il vero giornalismo d’inchiesta. Per la pazienza. La meticolosità. La tenacia. La resilienza. Ecco, se penso a questo termine, così tanto inflazionato, ed al suo vero valore intrinseco applicato alla vita, beh non posso non pensare che sia la rappresentazione unica della tua caparbietà.

Io sono stato presente a quella premiazione perché ero già noi. Quel noi. Avevo deciso di esserci. Che è ben diverso dal semplice essere. Volevo stare al fianco della famiglia Francese per testimoniare quella resilienza. Grazie per questo tuo libro.

Che ci rende tutti più consapevoli. Sopratutto in questo momento disperato dove i valori per le nuove generazioni sono vacillanti.

Tu sei un punto fermo. In cui ci si riconosce.

The sunny Side of the street, per dirla in musica. Che a te piace tanto.

Ecco io vorrei che la sofferenza che hai patito si trasformi in energia a tutti i livelli per scardinare l’omertà. La paura.

E dare ai territori di nuovo la libertà di essere vivi. I nostri territori. La nostra terra. La nostra vita.

Grazie Federica.

Lo Sbadiglio – Per il giornalismo d’inchiesta la strada per la verità è sempre di più un Far West. Ostia docet.

Lo raccontano i recenti fatti di Ostia, dove la Troupe di Nemo è stata aggredita a testate da Roberto Spada, intervistato da Daniele Piervincenzi e Edoardo Anselmi, a cui esprimo tutta la mia solidarietà. Non riporterò ne il video ne le immagini dei fatti di ostia, nessuna propaganda alla violenza gratuita. Penso seriamente che il giornalismo di inchiesta sia la parte più pura del giornalismo che oggi rappresenti un valore inestimabile. Andare per strada e sporcarsi le scarpe, come dice spesso Francesca Barra, giornalisata che di inchieste e di storie di verità ne ha condotto tante, è la vera essenza di un mestiere che mi affascina e che forse avrei fatto se non avessi scelto altro. Ma oggi è diventato un mestiere davvero a rischio. Penso ai giornalisti come Federica Angeli, Lirio Abbate, Giovanni Tizian e tanti altri, oggi sotto scorta proprio per quelle inchieste che ricercano le verità più profonde dei mali del Paese.  Quella ricerca della verità costante, che in questo nostro Paese fa così fatica ad emergere, è una missione che comporta rischi, ma che paga tantissimo, per la professione, e per la società. A questo giornalismo, che prende anche le botte come quelle prese dagli inviati di Nemo, pur di arrivare alle verità nascoste, si contrappone la spazzatura di un Giornalismo becero, come ad esemprio la testata “Libero”, che continua a ricercare consenso social con titoli inaccettabili ed indegni, che espongono i giornalisti e redattori al “Far Web” mediatico, per usare la metafora di Matteo Grandi descritta nel suo ultimo libro. Una situazione insostenibile, che forse vede un piccolo raggio di luce perchè l’Ordine dei Giornalisti sembra stia iniziando un nuovo capitolo, schierandosi decisamente al fianco della categoria dopo anni di latenza, quando l’uso delle parole travalica la decenza ed il mezzo di comunicazione di massa diventa arma letale di una parte della società degradata che si nutre di spazzatura e di fronte a queste violenze inaudite. Ritengo fermamente che il giornalismo, quello vero, sia da proteggere, perché è la vera speranza di democrazia che resta in un Paese come il nostro, che sconta fortissime aree di corruzione ed infiltrazione mafiosa a tutti i livelli della società, pubblica e civile. E se qualcuno i giornalisti li mena, o caccia via, la democrazia non la rappresenta di certo. Come chi usa le proprie testate giornalistiche a sproposito. Il giornalismo va salvaguardato. Ed è anche nostra responsabilità, con un processo di selezione attento, che sappia scegliere quali sono le notizie, e quali le non-notizie. Io sto con i giornalisti. Con la libertà di espressione. Che è fra le libertà più preziose che abbiamo