Il giornalismo indipendente è morto

In tutto questo bailamme mi preoccupa molto il giornalismo e l’informazione mediatica, con la costante crescita di disinformazione. E non parlo di Fake News.

Parlo di due fenomeni principali a cui assisto:

– Il primo si chiama superficialità. Non è più il fatto che, verificato, diventa notizia, ma la notizia che, se di trend, rischia di diventare un fatto.

– Il secondo si chiama indipendenza di pensiero. Ferme le “Testate” lobbizzate assisto sempre di più ad un moltiplicarsi di giornalisti palesemente schierati politicamente, che non mantengono indipendenza critica di pensiero. Ognuno certo ha il suo orientamento politico, ma quando questo trascende nella professione, in particolare quella di giornalista, e ne orienta totalmente le opinioni, credo che sia controproducente.

Per questo si fa sempre più fatica a potersi affidare alle opinioni mediatiche, salvo rarissime eccezioni. E forse è per questo che nelle classifiche sulla libertà di stampa, l’Italia è sempre ultima.

Le testate le fanno i giornalisti. Non dimentichiamo. Ed il coraggio di esprimere liberamente ed incondizionatamente le proprie opinioni deve essere considerato, ancora, un grande valore di libertà. E mi chiedo quanto coraggio sia rimasto in giro.

Contro-tendenza#

Non basta ricordare. Bisogna non dimenticare

Non basta ricordare, bisogna sforzarsi di non dimenticare. Con le nostre azioni. Ogni giorno. Di legalità. Di verità. Ogni giorno contrastando il clientelismo. La corruzione. Il sopruso. Il malaffare. Osservando, denunciando. Sostenendo attivamente chi lotta contro la mafia, con i fatti, e con le parole. Procure antimafia, giornalisti sotto scorta. Bisogna dichiararsi a loro favore. Combattere ogni giorno facendo sentire a voce alta la nostra voce contro ogni forma di associazione mafiosa. Nei giornali. Nelle televisioni. Sui social. Al bar. Ogni occasione è propizia per dire NO ALLA MAFIA. Basta silenzi.

Perché è in quei nostri silenzi, che la mafia rigoglia. Allora la ricorrenza di oggi, deve essere ogni giorno. Ogni giorno ognuno di noi deve essere contro la mafia. Nei piccoli gesti quotidiani, nelle grandi azioni del lavoro, nella visione di un mondo giusto che diamo ai nostri figli.

No alla mafia va agito. Solo così la combatteremo, insieme, definitivamente.

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Lo spread non dà da mangiare a chi non ha lavoro

Lo spread non impatta direttamente l’economia reale. Trovo il sensazionalismo sullo spread fuori luogo. Lo spread sale perché sale la speculazione. La speculazione sale perché non diamo un Governo al Paese. I tassi dei BTP non danno da mangiare a chi non ha lavoro. Chi conosce profondamente il mondo della finanza lo sa benissimo. Ciò che impatta l’economia reale sono le misure a sostegno del lavoro, gli sgravi fiscali, le misure a sostegno delle piccole e medie imprese per favorire l’occupazione, il turnover pensionistico ed il sostegno alle nuove occupazioni, i nuovi mestieri. Chi fa propaganda sullo spread sa di essere in malafede. Ciò che dovrebbe preoccuparci sul contratto di governo, non sono le utopistiche boutade sulla tav, o le restrizioni sul tema immigrazione. È la totale assenza di riferimenti sull’economia digitale. Ne ha parlato approfonditamente Riccardo Luna nella sua testata Agi. Un tema portante di questa nostra era. Mancano idee lungimiranti sulle tante nuove professioni che vanno regolarizzate, valorizzate e tutelate nel mondo digitale. Mancano riferimenti alle infrastrutture, banda larga nelle scuole, wi-fi, internet. Tutta Digital Revolution completamente dimenticata. Perché signori, che lo vogliate o no, siamo nell’era Digitale. E se non faremo niente per creare percorsi che valorizzino le competenze come esperti di Information Tecnology, social media manager, digital expert, programmatori, e quant’altro, non staremo ancora guardando né al presente, né tantomeno al futuro. Lo spread, finita la turbolenza comprensibile di questo momento, sono certo che tornerà sotto i limiti consentiti. Ma i nostri ragazzi, se non saranno creati e garantiti percorsi professionali universitari che certifichino le competenze digitali, beh non avranno nuove opportunità. E saremo sempre un Paese che guarda al passato, neanche al presente, figuriamoci al futuro.

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Ciao Gigi. Grazie. A nome dello sport del Calcio.

Oggi c’è un Campione con la C maiuscola che lascia il calcio. Uno degli ultimi Campioni veri del calcio italiano. Si chiama Gianluigi Buffon. È un portiere. Come lo sono stato io. E dopo Dino Zoff, lui per me è stato per lo sport del Calcio, il mio idolo. E non me ne frega niente delle vostre detrazioni moralistiche su “ chi è veramente”. Delle vostre accuse sulla sua vita privata,sui suoi affari, sulle sue reazioni di fronte alla sconfitta in Champions League. Gianluigi è un campione vero. Di quelli che si contano sulle dita di due mani al massimo. Oggi. Lascia un’eredità valoriale per chi capisce di calcio, di spogliatoio, di esempio sportivo come poche. Allora voglio salutarlo con un grande inchino, come di fronte al più grande spettacolo della vita sportiva. Perché lo sport è diverso dal circo del calcio. Quello è il vero problema. Ma lo sport del calcio si incarna in uno sportivo vero come Gianluigi. Uno dei portieri più grandi di tutti i tempi. Per capacità. Per intuito. Per direzione della difesa. Per senso dello spogliatoio. Uno sportivo che ha fatto la differenza. E fare la differenza, non è per tutti. In ogni ambito della propria vita. Onore a Buffon. Onore al calcio. Quello giocato, vissuto, permeato nel DNA. Qiello che ti fa incazzare come un bufalo, dove ci metti tutto il cuore. E dove c’è il cuore, c’è tutta la vita. Quella vera.

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Raccontiamo ai nostri figli chi era Giovanni Falcone

Oggi nasceva un grande uomo. Si chiamava Giovanni Falcone. Vorrei che tutti i genitori raccontassero oggi chi era. Era un grande magistrato. Di quelli che ci hanno fatto crescere, hanno fatto gli uomini grandi. Vorrei che ai ragazzi raccontassimo che ha combattuto la mafia. Che è stato rivoluzionario ed inarrestabile. Che ha trasformato la paura in coraggio. Il coraggio della paura. E grazie a lui abbiamo potuto capire come era organizzata “cosa nostra”. Diciamolo, oggi, nel giorno della sua nascita ai nostri figli chi era Giovanni Falcone. Le sue idee camminano nelle nostre gambe, facciamo che camminino anche nelle gambe dei nostri figli. Diamo loro un senso alla legalità, alla verità ed alla giustizia attraverso l’esempio di questi grandi uomini, unici. C’è tanto bisogno di punti di riferimento per i nostri giovani. Ecco, lui lo era, anzi, lui lo è. Perché i suoi insegnamenti, la sua rettitudine, sono presenti nella nostra vita di tutti giorni. Nella vita di chi ha scelto da che parte stare. Ed allora ai nostri figli, attraverso questi esempi, facciamo comprendere, chiaramente, da che parte stare. Giusto e sbagliato, bene e male. Diamo loro le connotazioni concrete di cosa siano. In modo che possano sbagliare, consapevolmente.

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Oggi conta essere, non apparire

Sempre di più. Essere se stessi. Essere veri. Nella vita, sul lavoro, nel web. Apparire è sempre meno “appealing”. Lo show business ha iniziato già da tempo ad accorgersene. I cosiddetti “VIP”, ammesso che ancora ne esistano, sono sempre più raggiungibili, normali, che raccontano se stessi, le loro debolezze le loro esistenze. Veri. Ed hanno molto più riscontro. Il consenso che uccide inesorabilmente il successo. E’ un cambio di paradigma epocale. Apparire è riflesso dello specchio sociale, che spesso non riflette la verità del percepito. Quindi partire e ripartire da se stessi. Senza subire condizionamenti da quello specchio sociale. Siamo testimoni di un tempo che necessita di persone che si mettono in gioco. Che non è da tutti, e non è per tutti. Non lo è per chi non è abituato ad essere più convinto che convincente. Lo dimostrano trasmissioni come il Grande Fratello Vip che ha drammaticamente messo in evidenza come la normalità applicata a personaggi nati, cresciuti e diventati famosi nel classico percorso dello “show business” possa essere così difficile da essere resa pubblica e non “ressa” pubblica come è stata, passatemi il gioco di parole. Lo show business ed in generale i personaggi pubblici quindi sono diventati molto più raggiungibili. Più persone che personaggi. Più attenti alle cause importanti di cui sono spesso testimoni. Ma il paradigma è valido per tutti noi. Nella vita di tutti i giorni. Quell’ “essere” che diventa soprattutto esserci. Solidarietà, cause sociali, impegno civile, sono queste le grandi soddisfazioni che il nostro tempo ci regala se abbiamo voglia di spenderci. Di contribuire al miglioramento del mondo che ci circonda. Ed anche le Aziende hanno imparato ad esserci. Commercio etico, sostegno alle iniziative solidali, welfare nei confronti dei dipendenti, temi che un tempo erano lontanissimi dalla creazione del valore economico. Ecco. Oggi prevale in generale la creazione del “valore” in quanto tale. Essere vuol dire fare parte della catena del valore che ci protegge, e può creare quella rete di sostenibilità che l’economia reale non ha saputo finora costruire, per effetto dello sbilanciamento verso la creazione di valore finanziario e non economico-sociale. Essere veri e quindi costa la moneta che si chiama coerenza, e ripaga in controvalore doppio che si chiama credibilità e consenso, che spesso ripaga molto di più della moneta “finanziaria” che si chiama “successo”.

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Loro 1e 2 di Paolo Sorrentino – Recensione

Se qualcuno pensa che Loro nelle due versioni abbia sdoganato Berlusconi, beh si sbaglia di grosso. Berlusconi si è sdoganato abbondantemente da solo.

Sorrentino è riuscito a rendere vivide le ambiguità che hanno caratterizzato l’ascesa imprenditoriale e politica di una delle figure più controverse della storia italiana.

E lo ha fatto con classe. Attraverso una narrazione diretta, forte, vera, senza filtri.

Ha rappresentato la perversione sociale di un mondo parallelo che ha condizionato la vita di milioni di italiani, attraverso un sogno irrealizzabile per tanti, ed una effimera realtà per pochi.

Con una sceneggiatura meticolosa, ed una parodia ineccepibile che del pensiero laterale ha fatto il suo cavallo di battaglia, Sorrentino ha realizzato -al pari del premio Oscar La Grande Bellezza – un film surreale-reale. Un’antitesi-tesi sconvolgente, che a tratti porta pulsioni di rigetto di una verità che colpisce profondamente lo spettatore, che si proietta in quel periodo storico con un approccio cittadino, elettore, sostenitore e genitore.

I personaggi sono modellati con la maestria di un filo conduttore che si rivela più nelle cose immaginate che dette, fra gli sguardi e le metafore di Felliniana memoria, unite a quelle più recenti di Martin Scorsese in “The wolf of Wall Street”.

Una formidabile interpretazione di Tony Servillo, maestoso nella caratterizzazione Berlusconiana, insieme alla recitazione vera ed autentica di Elena Sofia Ricci, teatrante e teatrale al punto giusto. Il carrozzone, per citare la metafora antica di Renato Zero è vivo e vegeto, e si snoda nella storia di figure minori, come quella di Scamarcio, che cercano un loro posto nel mondo, insieme alla bellissima e bravissima Kasia Smutniak, in una versione irresistibilmente affascinante e voluttuosa, perfetta e centrata per il ruolo.

Loro è verità-finzione allo stato puro. Sorrentino non si smentisce e conferma la sua attitudine di sognatore-realista, di burattinaio dei valori e contro-valori olisticamente intersecati e dosati.

Sorrentino in questo film non sdogana Berlusconi, ma mette sicuramente a nudo Silvio. E questa è la genialità complessiva di quest’opera.

Un difetto? Andava proiettata in un solo tempo. Per non perdere il mood.

L’umanità dispersa

È l’essere umani che ci rende esseri umani.

Lo ripeto spesso. Guardo le notizie dal mondo e penso. E ripenso a cosa siamo diventati. Siamo tutti rifugiati su questo pianeta. Ma così non è. Esseri umani di serie A e di serie B. Abbiamo creato disparità che non sono facilmente sanabili. Razzismo e xenofobia imperversano. Guerre atroci e fratricide dilaniano ancora territori meravigliosi, luoghi e persone stupende. Diffidiamo del prossimo al punto di negare l’accoglienza. Lasciamo al freddo ed al gelo migranti ad un confine erigendo muri. Ignoriamo l’esistenza dei senzatetto. Delinquenza e terrorismo distruggono le vite umane, inquinano la società moderna che di moderno ha ben poco, se non qualche giocattolo tecnologico. Ma è questa la modernità? Modernità di muri che abbiamo eretto dentro i nostri cuori? L’umanità è egoista. Diciamolo. Esseri umani, pensanti, con l’anima. Che si uccidono fra loro. E’ normale? No. Neanche gli animali si uccidono senza regole. C’è un appiattimento totale della capacità di relazione umana. Che è sensibilmente diversa dalla pura relazione sociale. Quest’ultima cresce a dismisura in modo orizzontale, come quantità ma non come qualità. Guardo i bimbi nella fotografia e penso: la purezza è bellezza. Nessun pregiudizio. Nessuna paura. Solo curiosità per la diversità. Quella diversità che ci arricchisce, sempre. E che mano mano che cresciamo, infarciti dagli stereotipi che metabolizziamo, facciamo fatica ad accettare. E che diventa violenza, verso gli altri, quasi alla ricerca ancestrale del predominio dettato dalla sopravvivenza. Ma forse alla sopravvivenza dovremmo dedicare altre attenzioni. E ben altri sforzi. Far sì che il progresso non ci faccia scomparire attraverso l’inquinamento globale. Che ci sta uccidendo lentamente. Su questo dovremmo lottare insieme. Perché non abbiamo un posto alternativo alla terra dove andare, anche se da come ci comportiamo, distruggendoci gli uni con gli altri, e distruggendo la terra, parrebbe di sì.

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Aldo Moro: quando la politica non è mestiere. È servizio.

Ieri ho visto 55 giorni dedicato ad Aldo Moro. Un servizio pubblico con S e P maiuscole. Mi ha colpito una cosa, non so se è accaduto anche a voi: Aldo Moro continuava a lavorare. Tre volte alla settimana andava ad insegnare. Ecco. Fra i tanti, preziosi e genuini insegnamenti che la figura dello Statista ci ha lasciato, ho colto questo aspetto fondamentale. La politica non è un mestiere. Chi fa politica dovrebbe continuare a mantenere la sua professione. Perché l’osmosi e la contaminazione con la società civile rappresentata sia quotidiana. Almeno ai livelli governativi. Forse, alla luce di alcune figure che oggi rappresentano i partiti, una professione bisognerebbe averla. La politica non è mestiere. È servizio. È ciò che colgo ancora di più è che la politica, la missione di rappresentare i cittadini, non è per tutti. Servono competenze e personalità speciali per sedersi in Parlamento. Aver ripercorso ieri il profilo di Moro mi ha confermato questa mia certezza. Le Istituzioni siamo noi diceva Moro. E per poter guidare un paese, non si può essere persone normali. Serve essere eccellenze nelle proprie competenze. Ed avere carisma. Oggi ciò a cui assistiamo è diametralmente opposto. Parlo per tutta la politica indistintamente. Tutto questo, merita una riflessione profonda.

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La mafia è una montagna di merda disse Peppino Impastato. Le sue parole oggi più vive di ieri.

Sono le parole di Peppino impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio del ’78:

“Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!”.

Peppino che col suo paradigma della bellezza per sconfiggere le mafie ha dato una visione nuova per interpretare la lotta alla mafia. Il recupero del degrado sociale attraverso la bellezza dei luoghi, che troppo spesso vengono deturpati da un abbandono sociale e da una latenza dello Stato. E la mancanza dello Stato, il silenzio e l’abbandono sono i terreni dove le mafie possono rigogliare. Lo Stato e la società civile possono restituire la bellezza delle persone, dei luoghi e di quel tessuto sociale che inevitabilmente, per una maledetta tradizione, in alcuni dei nostri luoghi più belli si perde. Ancora però c’è troppa indifferenza, troppo silenzio verso il fenomeno mafioso, che nel tempo ha radicalmente cambiato i suoi connotati, i suoi riferimenti e le sue relazioni, insinuandosi nella vita di tutti i giorni, non solo nei luoghi di origine, ma anche nel tessuto economico e sociale di tutto il Paese. Una metastasi mafiosa che necessariamente si può e deve combattere in primis sconfiggendo l’omertà, ed anche concedendo più spazi agli organi di informazione, ed alle emittenti televisive e radiofoniche per fare programmi che possano dare voce a tante voci dimenticate, come quelle dei parenti delle vittime della mafia, ed ai racconti positivi di rinascita sociale, di recupero di dignità di tutte quelle donne e uomini che riescono, con forza e sacrificio, e soprattutto coraggio, a dire NO ALLA MAFIA.

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