Lo sbadiglio – Sentirsi straniera nel proprio Paese, Italiana in terra straniera. In Italia il diverso spaventa ancora

di Cristina Trivella.

Il 4 marzo mio figlio più grande tornerà dall’estero, dove studia, per partecipare alle sue prime elezioni e, parlando con lui dei diversi candidati, ho capito che forse ne vale la pena

Probabilmente è proprio per i miei tre figli, italianissimi, che ho deciso di sedermi al computer per tentare di scrivere un pezzo che in qualche modo spieghi la lenta ed insidiosa trasformazione che forse io, per la mia situazione peculiare, avverto in modo più nitido attorno a me.

Sono nata a Bogotà negli anni 70, da un padre italo-venezuelano e da una madre californiana. Seguendo la bella prassi di “par condicio” ispanica, cioè quella di dare ai figli il cognome paterno seguito da quello materno, mi sono trovata ad avere due cognomi, due passaporti, due lingue, ed un’enorme e variopinta famiglia sparsa in giro per il mondo. La prima volta che mio marito venne a casa mia, ci definì – con umore – le Nazioni Unite, per le diverse lingue intercalate continuamente ad ogni frase.

Bilingue in inglese e spagnolo – per quanto abbia  tenacemente provato negli anni – non sono mai riuscita a togliermi un lieve accento ispanico quando parlo Italiano. Questo mio “baco”, che a volte diverte e a volte disturba la sensibilità dei più puristi della lingua, non mi vieta tuttavia di essere la legittima proprietaria di un passaporto italiano, gentile concessione del bisnonno paterno che, da professore all’Università di Bologna, emigrò per costruire ponti e strade nell’allora molto ricco Venezuela. Al contrario della triste situazione attuale, in quel tempo il Venezuela aveva appena scoperto le sue immense riserve petrolifere e perciò offriva tantissime proficue opportunità. Così mio nonno paterno, conclusi in Italia i suoi studi di ingegneria e architettura, e si ricongiunse al padre nella prospera Caracas degli anni venti. Aveva 23 anni.

Mise al mondo dieci figli (tra cui mio padre) che spedì a scuola in Svizzera, assicurandosi però che parlassero e scrivessero correttamente l’Italiano, e che visitassero il patrimonio naturale, culturale e artistico che il suo amato Paese aveva da offrire.
Molti anni dopo sono nata io.
Il mio background non è mai stato un problema in passato. Anzi. Arrivai in Italia nel 1998, giusto dopo il “Ciclone” di Pieraccioni, lasciando un buon lavoro in una banca d’affari perché mi ero innamorata di un Italiano conosciuto nella City. Ricordo che all’epoca il mio fortissimo accento e la mia scelta di vita, venivano percepite da molti in modo decisamente positivo. Mi sono sempre sentita benvenuta in questo Paese, aperto e con tantissimo da offrirmi. In Italia ho trovato un bel lavoro, mi sono sposata e ho formato una famiglia. Mio padre, quando sente i suoi nipoti parlare Italiano, immagina e ci ripete sempre quanto sarebbe stato felice il nonno a sapere che uno di noi sarebbe tornato a vivere “in patria”.
Vorrei in qualche modo rendervi partecipi delle conseguenze che, per gente come me, induce questa nuova forma di “nazionalismo”, a mio avviso malinteso, e la strumentalizzazione irresponsabile di alcuni politici che mescolano e confondono il problema immigrazione (un problema reale, cioè il cosa fare e come gestire le orde di disperati che arrivano nel nostro paese) con il timore dell’immigrato o dello straniero.
Parlo della scelta consapevole di ignorare il nostro passato (ed i tanti emigrati italiani che hanno trovato opportunità fuori dall’Italia), e della diffusione sempre maggiore di una diffidenza, per me irragionevole e profondamente pericolosa, verso il diverso. Parlo della retorica dell’odio propagata da quelli che approfittano della paura e delle difficoltà economiche del momento, spalancando le porte a comportamenti xenofobi e razzisti. Parlo di una logica avariata del noi contro loro, e del triste ma sempre più frequente utilizzo della parola “straniero” in modo denigratorio, un insulto che oramai mi sono vista rivolgere in più di un’occasione. Sono certa che questo cambiamento l’avete avvertito in tanti, ma – credetemi – è assai diverso quando uno lo subisce sulla propria pelle. O su quella della propria madre, della moglie, dei figli.
Un mese fa, ad esempio, ero all’area cani di un parco di Milano. Il mio labrador ha infastidito per la sua presenza la proprietaria di un altro cane, e fin qui sono normali beghe tra cani e padroni di qualunque città del mondo. Forse la signora in questione aveva la giornata storta, forse era di cattivo umore, forse le ero antipatica a pelle, forse forse forse. Il problema è che, invece di mandarmi a quel paese come avrebbe fatto con chiunque altro, quando la signora mi ha sentito chiamare il mio cane in inglese si è girata e, senza mezze parole, mi ha dato dell’extracomunitaria, invitandomi in malo modo a tornare nel mio paese perché l’Italia e gli Italiani non mi vogliono, perché avete le scatole piene di stranieri come me…
Ho cercato di dirle che io sono Italiana quanto lei, ma, con uno sprezzante “sì, ti piacerebbe, si sente il tuo accento”, ha continuato il suo disgustoso attacco retorico.
Non riuscirei, neanche volendo, a descrivere accuratamente il freddo che si sente quando senza motivo, senza che l’altro sappia nulla di te, senza che tu ci abbia mai scambiato due parole, ci si ritrova ingiustamente classificati, giudicati e condannati.
Perché appartenenti ad una “categoria” altra. Non importa nulla se vali o non vali, chi sei o chi non sei.
È vero – lo ammetto – sono straniera. Forse non di documenti, ma di cultura. E per quest’ultima circostanza, secondo questa signora, io non merito di stare in questo paese.
La violenza verbale e l’odio verso gli stranieri, che purtroppo spesso avverto in questi tempi, fanno davvero paura. Questo sentimento penso lo condividiate in tanti. Quello che però vorrei sottolineare – e che fa davvero male – è l’indifferenza che spesso si trova nelle persone per bene attorno a te, quelle che a volte fingono di non sentire (quasi sempre per imbarazzo) o si fanno “i cavoli propri”. Quelli che, dopo averti vista aggredita, si avvicinano e con gentilezza ti dicono “lascia perdere, non vale la pena discutere con gente cosi”, ma purtroppo non hanno trovato dentro di sé motivi sufficienti per azzittire gli aggressori quando serviva. E così mi sento sempre ripetere “lascia perdere”, “non dare importanza”, “ignorali”.
Ma io non posso, e soprattutto ho deciso che non devo, lasciar perdere. Ho il forte dubbio che l’abbiamo fatto tutti fin troppo. Ho lasciato perdere quando la signora al comune dietro allo sportello, dopo averle presentato la mia carta d’identità italiana per il rinnovo, mi ha chiesto reiteratamente e con poco garbo il mio permesso di soggiorno (pensavo davvero di essere dentro una candid camera). Ho lasciato perdere quando, chiamando il call center dell’INPS per fare i documenti alla mia colf, mi hanno attaccato il telefono in faccia, subito dopo avermi spiegato che non potevo farmi un contratto da sola, “devi avere un datore di lavoro”. Ho lasciato perdere e ignorato molteplici commenti sulla necessità di buttar fuori tutti gli stranieri perché rubano, stuprano, non possono trovare un lavoro e così, poveretti, delinquono tutti; commenti seguiti da qualche forma di imbarazzo e da uno “scusa Cri, non te la prendere, tu vai bene, non è per te”.
Ho capito che, lasciando perdere, anche io sono diventata responsabile del fatto che ormai sembra lecito, una scelta politica, fare discorsi xenofobi e razzisti. E non va bene.
Ma ho anche capito che possiamo e dobbiamo fermare questo declino, quando i miei figli, dopo aver saputo cosa era successo al parco, disgustati ed increduli mi hanno chiesto: “Ma è legale dire una cosa così, mamma? Non possiamo farle causa?”. Ho capito che per loro, giustamente, quello era un comportamento talmente aberrante da dover essere illegale. Ho anche capito che se io lasciassi perdere, pur sapendo che quel comportamento non va affatto bene, starei in qualche modo dando l’insegnamento opposto.
Lascia perdere, perché non è poi così importante… Ed invece lo è, ma in questi tempi assurdi sembra che solo i lunatici che fanno scempi e dicono fesserie meritino di ricevere l’attenzione ed il microfono.
Perciò io, da oggi, non taccio più, e non lascio più perdere.
Spero con tutto il cuore che da queste elezioni emerga un’Italia che abbia un posto per me, per gente come me, nonostante storpi le doppie o mangi diversamente. Penso davvero che questo paese sia migliore anche grazie a ragazzi come i miei figli, che sono cresciuti Italiani ma sono e conoscono anche qualcos’altro. Non capisco e non condivido la logica del dire che i figli di genitori stranieri, cresciuti ed educati tutta la vita qui, non sono Italiani. Guardare il mondo da altre prospettive, riuscire a comunicare in altre lingue, capire da vicino più culture dovrebbe sempre essere un qualcosa in più e mai un qualcosa in meno. E certamente non preclude l’Italianità.
A me fanno paura le persone che non escono mai dalla loro zona di conforto, incapaci di mettersi in discussione o di confrontarsi con altri, incapaci di evolversi. Persone che diventano aggressive contro tutto ciò che avvertono come diverso. Io penso che l’Italia sia sempre stata un paese di gente coraggiosa, curiosa ed aperta, e che questa sia una delle nostre forze come nazione.
Non capisco perché adesso accettiamo in silenzio che alcuni, per paura o convenienza politica, tentino di cancellare quello che secondo me è stata, e sarà in futuro, una delle nostre caratteristiche più vincenti.

3 pensieri su “Lo sbadiglio – Sentirsi straniera nel proprio Paese, Italiana in terra straniera. In Italia il diverso spaventa ancora

  1. Meravigliosi scritto. Sono milanese di nascita con 21 anni di vita in madagascar un marito mussulmano sciita di origini indiane 4 figli che sono cresciuti con tante lingue e culture diverse. Abbiamo fondato una fondazione di famiglia che si occupa di educazione e salute creando 3 ospedali e il più importante progetto oncologico dell’africa Sub sahariana. Tornata in italia ho messo in piedi un progetto per l’integrazione degli immigrati nell’ambito della mia fondazione che ha un ufficio anche a milano. Sono stata per 15 anni Console generale d’Italia in Madagascar. Credo sia nostro dovere impegnarsi in campagne di sensibilizzazione per far capire alla società che l’immigrazione in italia è un falso problema. Dei 500.000 sbarchi annuali solo 150.000 richiedono asilo e il nostro paese avrebbe bisogno di 300.000 immigrati all’anno per riprendere l’economia. Possibile che non riusciamo ad integrare 150.000 persone disposte a fare il lavoro che gli italiani non vogliono fare? Questa gente che che scappa da guerre o situazioni che abbiamo spesso creato noi occidentali hanno il diritto di rifarsi una vita in dignità dopo aver passato l’inferno della Libia. Grazie per ascolto e possibilmente pubblicazione. Cinzia

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    1. Mio figlio era uno degli studenti di IB Economics alla ASM che ha ascoltato ogni parola che hai detto. La sera ci ha raccontato a cena.
      Brava brava brava. La tua fondazione fa tanto. Grazie. Grazie. Grazie.
      Ci fossero tante come te 😉

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