Lo Sbadiglio della Domenica – Nell’era del Web il rapporto Genitori-Figli ancora è da consolidare

Di Roberto Furesi

Qualche anno fa, mi occupai di questo argomento, e scrissi un approfondimento su come la relazione fra genitori e figli in ambito web fosse da costruire.

Oggi la situazione è migliorata, ma quello stesso rapporto, che ha ancora tanta strada da fare, è’ sicuramente da consolidare.

Partendo dalla domanda che feci allora, e che è ancora molto attuale:

come possiamo entrare in contatto con il mondo dei nostri figli, essere partecipi della loro vita Web, senza essere invadenti, retrogradi o tantomeno costrittivi, e quindi fuori luogo?

I nostri figli sono nativi dell’era digitale, è un dato di fatto che dobbiamo accettare, ed è forse il dato di fatto più ostico da comprendere quando, come genitori, ci confrontiamo con la realtà del Web, dei rischi ad esso connessi e delle difficoltà che spesso incontriamo, nel poter capire i rischi stessi, ed i pericoli a cui i nostri figli sono esposti.

Se da un lato, come genitori abbiamo fatto passi avanti nella capacità di poter interagire con i nostri figli sui temi che riguardano il web e preciso – non perchè abbiamo aperto un account Instagram  – ma perchè abbiamo fatto percorsi di apprendimento sui rischi e le opportunità del web stesso, dall’altro, l’esposizione al rischio dei nostri figli è aumentata esponenzialmente in questi ultimi anni.

E non è migliorata la loro consapevolezza di quel rischio stesso, e delle logiche di sicurezza che ci aiutano a prevenirlo.

Qualche dato (fonte Sole 24 ore):

“Aumenta la percentuale di ragazzi chevivono esperienze negative navigando in Internet: erano il 6% nel 2010, sono diventati il 13% nel 2017. Il 31% degli 11- 7enni ha dichiarato di aver visto online messaggi d’odio o commenti offensivi contro un individuo o un gruppo: ma, anche se di fronte all’hate speech il sentimento più diffuso sia la tristezza (52%dei casi) seguita da disprezzo (36%), rabbia (35%) e vergogna (20%), il 58% del campione afferma di non aver fatto nulla. Sono alcuni dei dati che emergono dalla ricerca “EU Kids Online per Miur e Parole O_Stili”, condotta dal centro di ricerca dell’università Cattolica e presentata oggi in occasione dell’evento “Crea, connetti e condividi il rispetto: un’Internet migliore comincia con te“, organizzato dal ministero dell’Istruzione per lanciare il programma di iniziative sulla navigazione sicura e responsabile in Rete previsto nella prima settimana di febbraio. Dai dati diffusi oggi emerge che sono il 6% le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi di 9-17 anni che sono stati vittime di cyberbullismo nell’ultimo anno, il 19% quelli che vi hanno assistito. Quanto all’accesso alla rete lo smartphone è il principale strumento utilizzato dai ragazzi: è usato quotidianamente per andare online dal 97% dei 15-17enni e dal 51% dei bambini di 9-10 anni.”

Dati che sicuramente ci fanno riflettere, come quelli che riusltano da un sondaggio commissionato da Google a YouGov dove risulta che:

 “i più giovani, i millennial, si comportino in modo ingenuo rispetto alla sicurezza online. Dalla ricerca emerge che il 42%, non ha mai parlato di questi argomenti con i genitori. Il 55% dichiara di usare la stessa password per diversi account e il 50% dichiara di aver condiviso la propria password con qualcuno”

A questo scenario si aggiungono i temi del Cyberbullismo, e di tutte le sue derivazioni connesse, che espongono i nostri ragazzi a rischi davvero importanti, che hanno portato anche al suicidio, e che non devono mai essere sottovalutati da parte nostra.

“Il “Cyber bullismo” è una forma di bullismo commesso tramite l’uso di telefoni cellulari, Internet, tablet. Tecnologie economicamente accessibili e molto diffuse. Quella attuale è la prima generazione di adolescenti cresciuta in una società in cui l’essere connessi rappresenta un dato di fatto, un’esperienza connaturata alla quotidianità : nel 2014 , l’83% dei ragazzi tra 11 e 17 anni di età utilizza Internet con un telefono cellulare e il 57% naviga nel web”  (Fonte La Repubblica)

Come riportato da ISTAT nelle ultime statistiche prodotte:

Cyber-bullismo: il tipo di molestie

Le principali azioni, ragazzi tra 11 e 17 anni, valori in %

Offeso con nomignoli parolacce e insulti                                                                          12,1%
Preso in giro per l’aspetto fisico o per il modo di parlare                                                6,3%
Preso di mira raccontando in giro storie sul suo conto (cioè sparlando)                      5,1%
Emarginato (preso in giro) per le opinioni                                                                          4,7%
Colpito (spintoni calci e pugni) e foto private contro la propria volontà                       3,8%
Fonte: ISTAT

Un dato confortante è che nel 65% dei casi in media fra maschi e donne, la strategia principale dopo aver subito delle molestie è rivolgersi ai genitori.

E’ un dato che apre immediatamente al nostro ruolo una grande opportunità, quella generata dalla recente introduzione delle  “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo” (n. 1261/XVII).  Questa normativa mira a dare una tutela tempestiva ai minori che subiscono atti di bullismo attraverso la diffusione di contenuti in internet.

E’ un primo passo ma è sicuramente uno strumento che dobbiamo conoscere, e del quale dobbiamo discutere con i nostri ragazzi per convergere insieme sui rischi e sulle tutele che la normativa di legge ci offre, ma soprattutto offre loro come strumento di utilizzo diretto. Di questo ne ho parlato anche QUI.

Come scrivevo allora, ed era il 2013,

 “spesso ci sentiamo particolarmente a disagio per il fatto di non essere in grado più di poter conoscere che cosa fanno i nostri figli all’interno del mondo web, e quindi quali esperienze e contatti potrebbero incontrare nel loro cammino. Questo rientra in una casistica abbastanza normale, perché nella maggior parte dei casi noi siamo abituati ad applicare i nostri metri di valutazione precostituiti da un’esperienza non digitale al loro comportamento, soprattutto senza conoscere, realmente, il mondo che frequentano, che generazionalmente è spesso molto lontano dal nostro. Pensiamo a quando eravamo piccoli, ai rischi cui eravamo esposti, ed al rapporto con i nostri genitori. Se riflettiamo approfonditamente, scopriamo che i rischi erano comunque alti, soprattutto quando da ragazzini, si frequentava “la strada”, e si veniva a contatto con tutte le esperienze possibili, positive e negative. Ciò che realmente faceva la differenza fra i nostri genitori e noi, era che loro “conoscevano il contesto”, e quindi potevano attuare tutte le precauzioni del caso, con controllo diretto ed indiretto su che cosa facevamo e chi frequentavamo, aspetto che oggi ci viene più difficile, come genitori, sia per la nostra poca dimestichezza con il loro mondo WEB, sia quindi per conseguenza, per la lontananza generazionale che si viene a creare. Tutto ciò non escludeva comunque un principio fondamentale, che era alla base dell’educazione di allora, e lo è anche in quella di oggi: la capacità di insegnare ai nostri figli che cosa sia giusto e che cosa sia sbagliato, aspetto ha fatto, fa’, e farà comunque e sempre la differenza, con i figli, sia nel mondo reale, che in quello immateriale”.

Ciò che realmente dobbiamo sforzarci di capire è che il web non sia un mondo “virtuale”. In questo molto illuminante è stato già da qualche anno il paradigma di Stefano Quintarelli, pioniere di Internet in Italia, già referente dell’Integruppo Parlamentare per l’innovazione tecnologica, che nel suo libro “Costruire il domani”, ci dice:

“non mi piace il termine “virtuale”, che spesso viene usato nel linguaggio comune (anche sulla “stampa”) per contraddistinguere ciò che non è materiale. “Virtuale” ci dice il dizionario, significa “ciò che è solo in potenza;potenziale”. Ma i soldi, sono sul nostro conto corrente, non sono solo in potenza. Sono assai reali. Solo che non sono materiali. Sono “immateriali”. In realtà, da molti decenni, abbiamo iniziato a vivere in un mondo con quote crescenti di immaterialità.”

Quindi in sintesi ciò che accade nel web, nei social non è “Virtuale” ma solo “immateriale”. Il web è solo una dimensione immateriale della nostra esistenza, un’interfaccia nella quale accediamo a relazioni che possono produrre emozioni, positive e negative.

La grande sfida quindi che si presenta davanti a noi come genitori nei confronti dei nostri figli è proprio quella di capire che loro, generazione “mobile” molto più che digitale, vivono la dimensione immateriale con molta più naturalezza di noi, si muovono al suo interno con un approccio da “isola che non c’è”, nella massima libertà.

Dobbiamo sforzarci di capire che quando trascorrono il loro tempo su “whatsapp” non lo stanno buttando via, stanno interagendo immaterialmente con i loro amici, e quelle interazioni sono reali.

E’ il loro mondo. Ci sono nati e cresciuti.  E come scrivevo sempre nel mio approfondimento qualche tempo fa:

“Serve quindi avere prima di tutto fiducia in loro, nella loro capacità di discernimento e nella loro selettività, aspetti che possono sperimentare principalmente in famiglia, e che quindi è nostro compito promuovere come messaggio intrinseco di comportamento nella relazione con il mondo che li circonda. Ma questo sicuramente non basta, serve che anche noi convergiamo verso la loro sfera di appartenenza, serve che noi facciamo uno sforzo generazionale per uscire dal nostro guscio, dalla nostra “comfort zone” come la chiamano gli anglosassoni, per affacciarci alla grande sfida che sia orientata a comprendere e metabolizzare quello che è il mondo in cui loro, da sempre, vivono, compenetrandoci nel loro mondo virtuale, cercando sempre con loro un rapporto di estrema condivisione e collaborazione.Saranno quindi importanti tutte le iniziative volte a creare le opportunità di apprendimento che consentano ai genitori di poter familiarizzare con il web e comprenderne i vari ambiti, ampiezze e strumenti a disposizione, come i vari “antivirus”, “parental controls”, efficacissimi per un controllo remoto “discreto”.Ed in parallelo, costruire percorsi con i ragazzi per poter comprendere i rischi a cui sono esposti, nei loro vari ambiti di esplorazione web, in un percorso esperienziale di condivisione con i genitori della loro esperienza di vita e che per noi, senza nasconderlo, è un cammino nuovo da affrontare, ma per loro è la vita, la loro vita di tutti i giorni. Queso consentirà di accorciare le distanze, di comprendere le dinamiche dei Social Network, gli aspetti peculiari del gioco elettronico on line, e tutti gli ambienti web che sono frequentati regolarmente dai nostri ragazzi, quali blogs, communities, you tube channels, e qualsiasi altro canale web che li rende indipendenti nella loro vita.”

Quindi da un lato uno sforzo di convergenza anche da parte nostra, nell’ambito di iniziative di culturizzazione rispetto agli strumenti di navigazione, ai temi di sicurezza, e soprattutto ai segnali di sovraesposizione che i nostri figli possono avere rispetto al loro rapporto con internet.

Emerge infatti dal rapporto OCSE  pubblicato nel 2017, che analizza la condizione dei giovani adolescenti nel mondo, che il 23% (dato più alto in assoluto dei paesi esaminati) trascorre più di 6 ore su Internet al di fuori della scuola. figli e genitori webIn tutto questo, c’è un tema di centralità del rapporto genitoriale, che con l’avvento delle tecnologie si è sensibilmente modificato. I nostri figli per conoscere le cose del mondo oggi non hanno più bisogno strettamente di noi, ma possono rivolgersi in rete dove i cosiddetti “Youtubers” li informano di tutto quanto succeda nel mondo, dalla politica, al sociale, agli aspetti di relazione, alle dinamiche multimediali, insomma, non hanno più bisogno di chiedere a noi, o quasi, per le “cose della vita”.

Ed è qui che noi possiamo fare la differenza.

Approcciando il mondo degli Youtubers e cercando di conoscerli e comprendere quali sono le modalità di trasmissione dei contenuti, e la loro qualità, e che impatto lo stile ed i contenuti di comunicazione di questo insieme abbiano sulla crescita dei nostri ragazzi, ed anche quali surroghe alla nostra capacità educativa producano.

Questa mia riflessione ad ampio spettro parte dal presupposto che non dobbiamo demonizzare la rete, sminuirne il valore che rappresenta per i nostri ragazzi, e tantomeno metterci in competizione con essa.

Dobbiamo integrarci e trovare la modalità di interazione che possano riportare una centralità importante del nostro ruolo educativo. E non pensiamo che a noi in qualche modo possa sostituirsi la scuola, perchè faremmo un grosso errore. La capacità educativa della scuola è ridotta ai minimi termini, ed anche gli strumenti che i professori hanno a loro disposizione per poterla applicare, sono davvero limitati. A questo si aggiunge il cattivo esempio che noi genitori diamo, ed il tasso di abbandono genitoriale dei temi che riguardano la scuola dei nostri figli. Su questo scriverò un approfondimento a parte.

Il rischio che si corre, da genitori, è duplice, e lo propongo come fatto a suo tempo, ancora sotto una metafora calcistica: da un lato, si rischia di non riuscire a raggiungere la palla perché si è in ritardo, vedi la non conoscenza, e quindi l’applicazione di metodologie inadeguate di approcci educativi obsoleti o fuori contesto, e dall’altro, si rischia di andare in fuori gioco, con reazioni inadeguate, scollegate dalla realtà, apprensive e decontestualizzate, spesso con effetti negativi sul rapporto con i figli.

Reazioni ricondotte a quel paradigma del nostro mondo “materiale” che putroppo oggi non funziona più.

La risposta risiede nella nostra capacità di ricercare il contradditorio costruttivo. Attraverso la nostra convergenza verso il loro mondo, di portare i nostri ragazzi ad aprire sempre il dialogo per condividere insieme le opinioni che loro stessi si costruiscono attraverso il canale di apprendimento, ma che non garantisce una qualità informativa sempre intonata, seria e coerente. Questo senza ovviamente essere invadenti ed oppressivi.

Quindi ritornare alla centralità del dialogo con i nostri ragazzi, come strumento di confronto,  come stimolo a trovare le necessità di conferme, a non prendere per corretto e inconfutabile, quantomeno negli ambiti non necessariamente specialistici, quanto viene appreso da questo canale di informazione che, ovviamente, ha le sue debolezze, non essendo sottoposto ad una vigilanza stringente sui contenuti.

Per chiudere questo approfondimento, che ovviamente meriterebbe più puntate per la varietà e delicatezza che tutti questi aspetti presentano, nel mondo che immagino in futuro, dovremo sempre di più essere noi genitori a raccontare ai nostri figli come funziona il web, e quali sono le strade virtuali nelle quali loro si possono o non possono confrontare.

Sarà fondamentale ritornare ad essere centrali rispetto ad una realtà che non ci deve più sembrare inaccessibile, virtuale, incomprensibile, ma deve diventare sempre di più un luogo di incontro con il mondo dei nostri ragazzi, per aiutarli, supportarli e prevenire qualsiasi trappola che potrebbe esporli a rischi gravi, e talvolta, irreparabili.

Per insegnare loro, oltre alla vita reale, a sapersi relazionare, correttamente, nel mondo digitale che li circonda, comprendendone appieno i rischi, da veri nativi digitali, ma consapevoli.

 

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